«Perché questo libro? Perché questi racconti? Cosa ti ha spinta a pubblicarli?». Armando De Nigris sceglie di cominciare senza una presentazione di rito. Sono le 18.30 e Mariù Adamo a Cava, nel chiostro di San Francesco e Sant’Antonio che ospita il Cava Book Festival 2026, ha davanti il suo primo libro, Il coraggio di essere donna, pubblicato da De Nigris Editore. Accanto a lei siedono Daniela Di Maggio e Giusy Sbaglio. La domanda dell’editore porta immediatamente la conversazione all’origine di quelle pagine e alla ragione per cui alcune esperienze, dopo essere passate dalla televisione, hanno chiesto ad Adamo di essere fermate sulla carta.
L’autrice parla soprattutto della volontà di condividere. Il libro nasce dall’esperienza di Casa Mariù, la trasmissione in onda su Telecapri, e dalla rubrica dedicata alle donne attraverso la quale negli anni ha incontrato persone che avevano attraversato violenza, malattia, discriminazione, perdita e cambiamenti radicali. Il tempo televisivo aveva consentito di conoscerle, ma non sempre di seguirne fino in fondo le vicende. Da lì è maturata la scelta della scrittura. Adamo ne aveva parlato anche in un’intervista a Radio Siani, definendo la nascita del libro un’«esigenza umana». Anche Il Roma, annunciando il suo esordio letterario, aveva ricostruito il passaggio dalla televisione alla pagina, tornando poi sul volume con un secondo approfondimento dedicato alle storie delle donne raccolte da Adamo.
A Cava, però, il libro smette presto di essere soltanto l’oggetto della presentazione, perché due delle esperienze che ne spiegano la nascita sono lì, davanti al pubblico. De Nigris invita per prima Daniela Di Maggio a rompere il ghiaccio. È conosciuta ormai da tutti come la mamma di Giogiò, Giovanbattista Cutolo, il giovane musicista ucciso a Napoli il 31 agosto 2023 e successivamente insignito alla memoria della Medaglia d’oro al valor civile. Prima ancora di rivolgerle una domanda, l’editore la guarda negli occhi e le dice: «Non avrei mai voluto conoscerti in queste circostanze».
La frase apre inevitabilmente una parte dell’incontro nella quale diventa difficile separare il libro dalla vita. Daniela parla di Giogiò, ma soprattutto di ciò che ha scelto di fare dopo la sua morte. Il dolore privato è diventato un impegno pubblico che la porta nelle scuole, nelle istituzioni e nelle piazze, dove continua a chiedere attenzione sulla violenza giovanile e sul valore della vita. Anche davanti al pubblico cavese torna sulla proposta del cosiddetto «mammicidio», termine con il quale sostiene la necessità di riconoscere la devastazione prodotta nella vita di una madre dall’uccisione di un figlio. Una madre, dice, muore insieme a quel figlio, soprattutto quando a portarglielo via è qualcuno che non ha compreso neppure l’importanza di essere ragazzo. Le sue parole provocano una reazione immediata nella sala e l’applauso arriva prima ancora che il discorso possa spostarsi altrove.
A quella battaglia Daniela Di Maggio ha legato anche un simbolo, le scarpe bianche, scelte per rappresentare la purezza, il dolore delle madri e il ricordo delle vittime innocenti. Ne parla a Cava invitando il pubblico a partecipare alla giornata dedicata all’iniziativa, a fotografarsi indossandole e a condividere le immagini taggando la sua pagina. È il modo con cui prova a trasformare un gesto elementare in una mobilitazione collettiva, facendo circolare il nome di Giogiò e quello degli altri ragazzi ai quali la violenza ha impedito di diventare adulti.
Il momento più difficile arriva quando la conversazione tocca il microchimerismo fetale, il fenomeno biologico legato al passaggio di cellule tra feto e madre durante la gravidanza, alcune delle quali possono permanere nell’organismo materno anche molti anni dopo il parto. Daniela riporta immediatamente quel tema alla propria esperienza e pronuncia una frase che cambia il silenzio della sala: «Ho visto mio figlio in una cella frigorifera della sala mortuaria». Racconta che in quell’istante ha avvertito come se le cellule del figlio rimaste dentro di lei fossero impazzite e andate via. Non è una spiegazione scientifica, né viene presentata come tale; è il modo con cui una madre descrive la percezione fisica di uno shock che continua a sottrarsi alle parole ordinarie. Proseguire senza commozione diventa difficile e gli applausi che accompagnano Daniela hanno poco della formalità che spesso appartiene alle presentazioni, arrivano come riconoscimento per una battaglia che continua nel nome di Giovanbattista.
Quando prende la parola Giusy Sbaglio, la storia cambia completamente, ma ancora una volta è il corpo a segnare un prima e un dopo. Ballerina, a 38 anni è diventata paraplegica in seguito a un errore medico. A Cava ricostruisce l’inizio della vicenda partendo da una caduta avvenuta proprio nel giorno di una visita ginecologica, dalla diagnosi sbagliata e dal successivo aggravarsi delle sue condizioni, fino al momento precedente a un’operazione nel quale le venne prospettata una scelta brutale: le sue gambe oppure la bambina che portava in grembo.
Quella bambina oggi ha undici anni ed è seduta tra il pubblico mentre la madre ripercorre quei giorni. La sua presenza rende superflua qualsiasi enfasi, perché davanti alla sala c’è la conseguenza concreta della scelta che Giusy racconta. Per una donna che aveva vissuto attraverso la danza, la paraplegia sembrava significare anche la rinuncia definitiva al ballo. Sbaglio ha invece ricominciato proprio da lì, imparando a danzare sulla carrozzina e arrivando a diventare campionessa italiana di danza paralimpica. Ha partecipato a Ballando on the Road, il programma itinerante di Rai 1 collegato a Ballando con le stelle, esibendosi insieme a Giuseppe Guercia, e nel marzo 2026 è stata protagonista anche della cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina. La ballerina alla quale era stato prospettato un futuro senza danza è quindi tornata davanti al pubblico proprio attraverso ciò che sembrava esserle stato sottratto.
La carrozzina, nelle parole di Giusy, non diventa però il centro della sua condizione. Il problema comincia quando quella carrozzina incontra un gradino, un marciapiede impraticabile, un ingresso troppo stretto o uno spazio pubblico progettato senza considerare che debba essere utilizzato da tutti. È su questo terreno che porta avanti la propria battaglia per l’abbattimento delle barriere architettoniche, arrivando a proporre che politici e amministratori provino personalmente a muoversi in carrozzina nelle città che governano. Il limite, spiega, non coincide necessariamente con la disabilità di una persona; molto spesso è costruito intorno a lei.
A quel punto è trascorsa buona parte dell’incontro e la domanda rivolta inizialmente a Mariù Adamo ha trovato una risposta che nessuna sinossi avrebbe potuto contenere. Il coraggio di essere donna nasce dalla rubrica televisiva, ma la ragione della sua pubblicazione diventa evidente ascoltando Daniela Di Maggio e Giusy Sbaglio. Le loro esperienze non rimangono ferme nel momento in cui vengono raccontate: Daniela ha trasformato il nome del figlio in una battaglia pubblica, Giusy ha riportato la danza dentro una vita che sembrava averla perduta e oggi utilizza quella stessa esperienza per chiedere città accessibili. Adamo ha scelto di raccogliere vicende come queste e di sottrarle alla durata necessariamente breve della televisione.
Gli applausi finali lasciano presto spazio agli abbracci e alle persone che si avvicinano alle tre donne. De Nigris torna al microfono e questa volta si rivolge direttamente a Mariù Adamo, dicendole che la casa editrice è orgogliosa di essere il suo editore. Subito dopo chiarisce quale sia, dal suo punto di vista, il risultato più importante per un libro costruito su esperienze del genere: «A noi non interessa vendere il libro. Interessa che queste storie siano condivise, vadano avanti e siano di esempio per le persone».
È a quel punto che arriva una sorpresa che sposta improvvisamente l’orizzonte fuori dal chiostro di Cava de’ Tirreni. De Nigris annuncia che Il coraggio di essere donna è stato scelto insieme ad altri cinque titoli della casa editrice per essere presente alla Frankfurter Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte in programma dal 7 all’11 ottobre 2026. Mariù Adamo lo apprende davanti al pubblico, alla fine dell’incontro nel quale aveva appena spiegato perché avesse sentito la necessità di trasformare una rubrica televisiva nel suo primo libro.
Poco prima Daniela Di Maggio aveva chiesto alle persone presenti di indossare un paio di scarpe bianche perché il nome di Giogiò continuasse a circolare; Giusy Sbaglio aveva spiegato perché una carrozzina non debba fermarsi davanti a un gradino. Il 7 ottobre anche le pagine che custodiscono esperienze come le loro si muoveranno ancora. Questa volta da Cava de’ Tirreni a Francoforte.
