Ci sono domande che sembrano appartenere ai romanzi finché qualcuno non le pronuncia ad alta voce. A quel punto smettono di riguardare soltanto i personaggi e finiscono inevitabilmente per chiamare in causa chi ascolta.
Cosa sarebbe successo se avessimo scelto diversamente?
È una delle domande intorno alle quali si è sviluppata la presentazione di In un’altra vita, esordio letterario di Carolina Rey pubblicato da De Nigris Editore, ospitata il 15 settembre nella Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina della Camera dei deputati a Roma. Un incontro che ha portato il romanzo oltre la sua trama, trasformando la storia di Chiara e Filippo in una conversazione sul tempo, sulle occasioni mancate e sulla libertà che accompagna ogni scelta.
Il libro attraversa quasi trent’anni della vita dei suoi protagonisti. Chiara è una giornalista, Filippo un cronista di nera e giudiziaria. Si incontrano in una redazione romana e qualcosa rompe immediatamente gli equilibri delle loro esistenze. Nasce un sentimento che sembra inevitabile, ma l’estate finisce e la realtà torna a reclamare il proprio spazio. Filippo sceglie di provare a salvare il suo matrimonio. Chiara lo lascia andare.
Da quel momento cominciano due vite parallele.
Non è però soltanto la storia di un amore che non riesce a compiersi quando nasce. In un’altra vita segue ciò che accade dopo, quando una decisione è stata presa ma ciò che abbiamo escluso continua, in qualche forma, a esistere.
Carolina Rey ha raccontato durante l’incontro il rapporto personale con il titolo del romanzo e con quella possibilità che rimane accanto alle scelte compiute. Davanti a una decisione esistono strade che prendiamo e altre che lasciamo. “Un’altra vita” diventa così lo spazio nel quale possono continuare ad abitare le possibilità che non si sono realizzate.
La questione porta inevitabilmente alla libertà.
Scegliere significa decidere quale strada percorrere, ma anche accettare di rinunciare alle altre. Non sempre abbiamo il coraggio necessario per compiere le scelte che potrebbero renderci più liberi o più vicini a ciò che siamo. Il romanzo lavora proprio dentro questa distanza, senza trasformare ciò che non è accaduto in una condanna.
Anche il rimpianto cambia così significato. Una decisione appartiene alla persona che eravamo quando l’abbiamo presa, alle circostanze di quel momento, alle consapevolezze che possedevamo. La strada abbandonata può restare dentro di noi senza trasformarsi necessariamente in qualcosa da rimproverarsi.
È qui che In un’altra vita smette di appartenere soltanto a Chiara e Filippo.
Nella Sala del Cenacolo il romanzo è diventato anche un modo per interrogarsi sul tempo. Nel corso dell’esistenza attraversiamo vite differenti pur rimanendo la stessa persona. Cambiano l’età, il lavoro, le relazioni, le responsabilità e il modo in cui guardiamo ciò che ci è accaduto. La persona incontrata nel momento sbagliato può essere la stessa che, anni dopo, ritroviamo con occhi diversi.
C’è poi un passaggio della conversazione che porta il libro ancora più vicino alla vita reale. A Carolina Rey viene chiesto quale sia la differenza tra amare e avere bisogno di sentirsi amati.
La risposta sposta il discorso dal romanticismo alla consapevolezza. L’amore conserva per l’autrice una componente incondizionata, mentre il bisogno di ricevere una risposta affettiva appartiene a una dimensione diversa. Le due spinte possono convivere, ma riconoscerle significa anche capire qualcosa di noi stessi.
È forse uno dei punti nei quali si comprende meglio perché In un’altra vita non voglia limitarsi a raccontare una relazione sentimentale.
La protagonista porta inevitabilmente qualcosa della sua autrice. Chiara non è Carolina Rey, ma alcuni elementi del suo mondo entrano nella costruzione narrativa, a cominciare dalla familiarità con il giornalismo e la comunicazione. Rey arriva infatti alla narrativa dopo un percorso costruito tra televisione, radio e cinema.
La presentazione alla Camera ha offerto anche un altro elemento significativo per la storia editoriale del libro.
Nel corso del suo intervento, Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, ha rivolto un ringraziamento esplicito alla casa editrice:
«Ringrazio ovviamente la casa editrice De Nigris».
Un passaggio breve, arrivato all’interno di un intervento dedicato al romanzo e alla sua costruzione narrativa, ma che ha riconosciuto pubblicamente anche il lavoro editoriale che ha accompagnato In un’altra vita.
Carolina Rey ha ripreso quel riferimento nei ringraziamenti finali, citando direttamente De Nigris e salutando Armando e Maria Antonietta, presenti in sala. La pubblicazione del romanzo è entrata così nel racconto dell’incontro non soltanto attraverso il libro finito, ma anche attraverso le persone che ne hanno seguito il percorso.
È stata però Elsa Di Gati, autrice della prefazione, a pronunciare le parole che restituiscono con maggiore chiarezza il valore della scelta editoriale.
Parlando di Carolina Rey e delle qualità che aveva ritrovato nella lettura del romanzo, Di Gati ha osservato:
«Carolina è una gran testa, quindi ha fatto benissimo De Nigris a pubblicare questo libro».
Poche parole, ma particolarmente significative per una casa editrice. Perché riconoscono ciò che viene prima della pubblicazione, quando un editore legge una voce, ne intravede le possibilità e decide di accompagnarla verso i lettori. Di Gati ha poi descritto In un’altra vita come un libro ricco di emozioni, raccontando di averlo letto quasi interamente nell’arco di un pomeriggio.
Per De Nigris Editore quel passaggio assume un significato particolare. Carolina Rey è conosciuta dal grande pubblico soprattutto attraverso televisione, radio e cinema. Pubblicare In un’altra vita ha significato scegliere di presentarla ai lettori attraverso un linguaggio diverso, lasciando che fosse il romanzo a mostrare una parte meno conosciuta del suo percorso.
La presentazione alla Camera ha restituito proprio questa dimensione. Non il personaggio televisivo che presta il proprio nome a un libro, ma un’autrice chiamata a confrontarsi con la struttura della storia, i suoi personaggi e le domande che li accompagnano.
Chiara e Filippo cambiano. Il mondo intorno a loro cambia. Passano gli anni, arrivano altre relazioni, gioie, perdite e nuove responsabilità. La domanda iniziale, però, continua a seguirli.
Forse è questo il significato più interessante del titolo scelto da Carolina Rey.
In un’altra vita non parla necessariamente di un altro mondo. Parla anche delle vite che avremmo potuto vivere, di quelle che abbiamo lasciato andare e delle persone che qualche volta attraversano più di una delle nostre esistenze.
Perché scegliere una strada significa inevitabilmente lasciarne un’altra alle spalle.
Non significa sempre dimenticarla.
La registrazione integrale della presentazione di In un’altra vita è disponibile nell’archivio di Radio Radicale
