Copertina de Il sorteggiato di Michele Fioravantis, pubblicato da De Nigris Editore

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Dentro la magistratura

Quando a scegliere è il sorteggio

Nel romanzo di Michele Fioravantis, un magistrato rimasto per vent’anni lontano dalle correnti viene estratto per il Gran Consiglio dei Giudici e si ritrova nel punto esatto in cui indipendenza, ambizione e potere smettono di essere concetti astratti.

Per vent’anni Alighiero Noretti ha costruito la propria carriera tenendosi lontano dalle correnti della magistratura. Non ha cercato appartenenze, non ha inseguito protezioni, non ha utilizzato relazioni per accelerare il proprio percorso professionale. Dalla Calabria, dove si è trasferito dopo aver lasciato Napoli, ha continuato a svolgere il mestiere di magistrato secondo una regola semplice almeno in apparenza, lavorare e lasciare che fossero gli atti, le udienze e le decisioni a parlare.

Poi cambia tutto senza che sia lui a deciderlo.

Una riforma costituzionale introduce il sorteggio per la composizione del Gran Consiglio dei Giudici e il nome di Noretti viene estratto. Quello che fino a quel momento era rimasto deliberatamente fuori dalle logiche del potere giudiziario viene improvvisamente chiamato a entrarci, non attraverso una candidatura, una trattativa o una campagna di consenso. Per sorte.

È su questa contraddizione che Michele Fioravantis costruisce Il sorteggiato. Quando il destino decide per te, pubblicato da De Nigris Editore. Il meccanismo istituzionale che mette in moto la vicenda diventa rapidamente qualcosa di più di un espediente narrativo, perché obbliga il protagonista a misurarsi con una domanda che attraversa l’intero romanzo: essere estranei a un sistema significa davvero esserne immuni quando ci si ritrova al suo interno?

Il trasferimento a Roma segna il passaggio fra due vite. In Calabria Noretti conosce tempi, abitudini, rapporti professionali, perfino le piccole ritualità delle giornate trascorse tra tribunale, ufficio e famiglia, nella capitale cambia la scala delle decisioni. Ogni scelta pesa di più, ogni posizione può produrre conseguenze, ogni rapporto acquista un significato che non è soltanto personale.

Il Gran Consiglio non è un semplice nuovo luogo di lavoro, è il punto nel quale le carriere si incrociano con gli equilibri interni alla magistratura, le aspirazioni individuali con le regole dell’istituzione, le convinzioni personali con la capacità di resistere alle pressioni. Noretti vi arriva con il vantaggio e insieme con il limite di chi non appartiene a nessuna corrente. Non deve nulla a nessuno, ma non possiede neppure la rete di relazioni che spesso consente di capire in anticipo movimenti, alleanze e conseguenze.

Il paradosso diventa allora evidente. Il sorteggio nasce per spezzare un automatismo, ma non può cancellare la complessità delle persone che entreranno nell’organismo. Può decidere chi siederà a un tavolo, non può stabilire come voterà, quali pressioni subirà, quali compromessi accetterà e dove sceglierà di fermarsi.

Fioravantis utilizza questo scarto per portare la giustizia fuori dalla sua rappresentazione più convenzionale. Nel romanzo non ci sono soltanto processi, indagini o sentenze. C’è la struttura che sta dietro le carriere, ci sono le relazioni fra magistrati, le aspettative, i piccoli e grandi equilibri che accompagnano l’esercizio di una funzione pubblica. Il diritto resta sullo sfondo e allo stesso tempo condiziona tutto.

Noretti, del resto, non viene costruito come un personaggio privo di contraddizioni, la sua indipendenza non coincide automaticamente con la superiorità morale e il romanzo evita di trasformarlo nell’uomo giusto contrapposto a un sistema interamente sbagliato. È proprio quando entra nel Gran Consiglio che le sue convinzioni devono smettere di essere dichiarazioni di principio e diventare comportamento.

La distanza mantenuta per anni dalle correnti, per esempio, non lo mette al riparo dall’ambizione. Il fatto di non aver cercato quella posizione non significa che, una volta ottenuta, possa considerarla irrilevante. Il potere modifica lo spazio nel quale ci si muove, cambia il valore delle relazioni e rende più difficile distinguere ciò che si fa per convinzione da ciò che si comincia a fare perché conveniente.

È qui che Il sorteggiato trova uno dei suoi passaggi più interessanti. Il problema non è stabilire se il sorteggio sia in sé giusto o sbagliato. La questione diventa capire se un meccanismo possa davvero correggere le distorsioni di un sistema senza intervenire sulle persone che lo abitano.

Una norma può modificare l’accesso al potere. Molto più difficile è modificarne le dinamiche.

La vicenda di Noretti si muove continuamente su questo confine, da una parte c’è il magistrato che per anni ha scelto una posizione defilata, dall’altra c’è l’uomo che deve imparare a stare in un luogo nel quale ogni neutralità rischia di essere interpretata, ogni silenzio può assumere un significato e perfino non scegliere può diventare una scelta.

La componente istituzionale si intreccia con quella privata, la famiglia, le origini napoletane, i rapporti costruiti negli anni e la quotidianità lasciata in Calabria impediscono al protagonista di ridursi alla sola funzione professionale. Il Gran Consiglio cambia la sua posizione pubblica, ma entra inevitabilmente anche nella vita personale, nei rapporti, nel tempo disponibile, nella percezione che Noretti ha di se stesso.

Questo continuo passaggio tra dimensione privata e responsabilità istituzionale evita che il romanzo diventi una semplice rappresentazione delle dinamiche interne alla magistratura. Il potere interessa soprattutto per ciò che produce nelle persone, cambia il linguaggio, altera le priorità, modifica il modo in cui vengono percepiti gli altri e, qualche volta, anche il modo in cui si guarda alla propria storia.

L’ironia che attraversa diversi passaggi alleggerisce la materia senza renderla innocua. Fioravantis conosce il mondo che porta sulla pagina e preferisce spesso mostrarne le contraddizioni attraverso situazioni, caratteri e comportamenti piuttosto che affidarsi a spiegazioni teoriche. Ne nasce un romanzo nel quale l’istituzione non rimane una scenografia, ma entra direttamente nella costruzione dei personaggi.

Il titolo acquista così un significato che va oltre l’episodio iniziale. Noretti è «il sorteggiato» perché un’estrazione ha cambiato la sua carriera. Lo rimane anche quando deve fare i conti con ciò che quella casualità ha messo in moto. La sorte può aprire una porta, ma quello che accade dopo appartiene interamente alle decisioni di chi la attraversa.

È anche per questo che il sottotitolo, Quando il destino decide per te, contiene una provocazione. Il destino decide davvero soltanto all’inizio, estrae un nome, sposta un uomo, cambia una traiettoria e dal momento successivo tornano la responsabilità personale, la capacità di scegliere e il prezzo delle conseguenze.

Nel romanzo il sorteggio finisce per diventare il contrario dell’alibi. Più la scelta iniziale appare casuale, più assumono peso tutte quelle che vengono dopo.

Noretti era riuscito per vent’anni a restare lontano dal centro del sistema, per entrarci è bastata un’estrazione, restare lo stesso uomo, invece, richiederà molto di più.

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Il sorteggiato

18,00 
Alighiero Noretti è un magistrato napoletano che da vent’anni vive in Calabria, dove ha costruito un’esistenza appartata, lontana dalle ambizioni di carriera e dalle dinamiche del potere. La sua quotidianità viene sconvolta quando, in seguito...
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